In inglese c’è un’espressione che recita: “Better the devil you know” – è meglio il diavolo che conosci.

Significa che certe volte preferiamo restare in una situazione negativa, che però conosciamo molto bene, piuttosto che rischiare di affrontare l’incertezza del cambiamento.

Questa è la trappola della cosiddetta comfort zone. Non è detto infatti che nella nostra “zona di comfort” ci stiamo davvero bene. Qualche volta ci stiamo male, ma siamo ormai così abituati, che non ci richiede alcuno sforzo.

Un esempio che per il mio lavoro spesso incontro è quello di ritrovarsi a fare un lavoro che non ci piace e non fare niente per cercare di cambiare. Per paura, per insicurezza, per le responsabilità che ci sentiamo addosso o anche solo perché manca il coraggio di provarci.

Può succedere di abituarsi a sentirsi in ansia, preoccupati, umiliati, non apprezzati al punto che questo modo di sentire diventa la nostra comfort zone. In una sorta di sindrome di Stoccolma, alcuni cominciano persino a giustificare coloro che così li trattano, entrando in una spirale da cui davvero diventa difficile uscire.

Ci sono persone che sembrano più felici nell’infelicità, che hanno sempre bisogno di lamentarsi o di preoccuparsi di qualcosa: questa è la loro zona di comfort, una gabbia la cui porta è spalancata, ma da cui non hanno il coraggio di uscire.